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La gravidanza è momento critico nella coppia. Con la
nascita del primo figlio, infatti, si verifica una sorta
di abnegazione (inizialmente fisiologica) alla funzione
di coppia, come se la sovrapposizione della nuova diade
costituita dalla mamma e dal neonato annullasse la diade
coniugale.
L’ “evento” della nascita di un figlio non si
ascrive solo su un piano della realtà, dello scenario
affettivo attuale, ma acquista anche una forte valenza
di rappresentazione di dinamiche intrapsichiche, in
parte condivise dai coniugi, in parte personali.
È a causa di tale potere evocativo che la nascita di un
figlio tende a riattivare prepotentemente schemi
relazionali legati alla propria infanzia.
La relazione con il partner gioca un ruolo
estremamente importante perché fa da “contenitore”
all’enorme affettività messa in circolo dalla
riattivazione dei vissuti infantili di entrambi.
Al
momento del passaggio da coppia coniugale a coppia
genitoriale diventano molto significative le modalità
relazionali che quella specifica coppia si è data e il
particolare incastro collusivo che si è venuto a
costituire.
Il partner rappresenta, dunque, un “contenitore
psichico” delle angosce (protezione, elaborazione e
trasformazione delle angosce).
In altre culture, come nel nostro passato, la famiglia
estesa ed il gruppo sociale, assorbivano le angosce
materne favorendo una sana regressione.
Anche le caratteristiche specifiche del bambino (un
neonato vitale o un neonato poco vitale e incline al
ritiro di fronte alle frustrazioni) giocano un ruolo
significativo in questa dinamica affettiva della coppia.
La gravidanza, come ogni momento di crescita, porta con
se momenti di regressione.
Le premesse per una buona relazione empatica sono
precedenti alla nascita. Il bambino esiste già, nelle
fantasie dei genitori, dei nonni, della famiglia estesa;
ciò genera una scissione tra il “bambino fantasticato” e
quello reale.
Il primo, quello fantasticato, fa la sua comparsa ancor
prima del concepimento. La relazione con il bambino
reale, invece, si produce durante la gravidanza quando
la madre stabilisce con il feto rapporti reali e
fantastici in rapporto alle proprie vicende personali.


Se la futura madre ha avuto un’esperienza di figlia
carente di nutrimento, cure ed empatia nel rapporto con
la propria madre, l’attivazione della propria funzione
materna sarà carente, mancandole un modello introiettato.
Le principali fantasie in gravidanza
sono:
• di danno genetico
• di morte
Queste fantasie possono minacciare il
legame empatico tra il bambino e la madre, portando
quest’ultima a vivere forti sensi di colpa che le
tolgono la capacità necessaria per entrare in
relazione con il figlio.
In una madre che teme di morire di parto, il bambino è
vissuto come qualcosa di estraneo, pericoloso e
particolarmente potente.
La
donna che ha paura di danneggiare il figlio durante la
gravidanza, invece, porrà le basi inconscie per quei
sensi di colpa che potranno emergere in futuro, derivati
dal timore di non essere una buona madre.
Anche le risposte emotive del padre, alla nascita del
figlio, possono determinarsi come una minaccia per il
futuro rapporto col bambino.
Tra queste vi sono:
• l’invidia della creatività: il padre potenzia la
propria creatività, per es. nel lavoro; rinforzato dal
fatto che aumentando la famiglia deve aumentare la
produttività, sta più spesso fuori casa.
• Gelosia per il nascituro: vede nel nascituro un
defraudatore di affetti.
• Minaccia di perdere il “possesso” della partner
La comunicazione madre-bambino è dunque permeata
dall’intreccio delle storie personali dei genitori, dal
momento evolutivo della coppia e dai rapporti con il
tessuto sociale.
Nella donna il parto rappresenta nel contempo
un’esperienza di nascita ed una morte. Vi è infatti
l’interruzione di quella particolare simbiosi, durata
nove mesi, tra la madre e il bambino, che talvolta
sfocia nella depressione post-partum.
Per recuperare il legame con il figlio separato la madre
deve poter:
•
toccare
•
nutrire
•
curare
il
bambino. Poter adempiere a queste funzioni può risultare
particolarmente difficile nei casi di ospedalizzazione.
Le preoccupazioni della madre sovente si concretizzano
in una risposta alimentare indifferenziata (es.
la madre nutre il bambino ogni volta che piange) che
pare essere un potente antidoto per le angosce materne.
Quando il rapporto tra la madre e il suo bambino
funziona e non subisce interruzioni, si attiva una
reazione circolare: la madre attiva un sano sviluppo
del figlio e il figlio attiva una buona funzione
materna. |